5. Lo Studio del Ministro
Stanza tradizionalmente destinata ad ospitare lo studio del Ministro, accoglie un pregevole lavoro di Giulio Umberto Vico, sul soffitto, ed un dipinto di grandi dimensioni, Vanga e latte, tra i quadri più rappresentativi del pittore abruzzese Teofilo Patini.

- Vanga e latte - Teofilo Patini

- tema di Cerere - Giulio Umberto Vico
Lo Studio del Ministro
In questa che è la stanza attualmente destinata al Ministro, Giulio
Umberto Vico, illustra il tema di Cerere sul carro preceduto dai distruttori
riecheggiando moduli del Pre-raffaellismo nella accezione romana: cosicché a
distanza di quasi trent'anni il clima sembra essere proprio quello degli
illustratori di "Cronaca bizantina". L'impaginazione delle parti figurate in un
soffitto giocato interamente su intrecci decorativi di nastri, cornici e
ghirlande floreali, tuttavia, risulta felice: l'impressione pittorica che se ne
riceve è di notevole freschezza e vivacità, soprattutto nei particolari
decorativi con i putti, particolarmente ben disegnati. Nel suo insieme il
soffitto rivela la mano di un decoratore di buon mestiere, ma non all'altezza
di affrontare in termini puramente pittorici temi figurativi di più grande
respiro. Il nome di Vico va legato all'ambiente dei decoratori romani che in
quegli anni si formano nelle scuole professionali del San Michele e del Museo
Artistico Industriale che dipendevano dal Ministero dell'Agricoltura. È lecito
supporre che il problema della committenza di questi lavori di decorazione sia
legato all'attività di queste scuole di formazione professionale e al logico
desiderio di offrire ai giovani, formatisi in quell'ambito, un'occasione per
segnalarsi. Molto spesso anonimi, questi artisti hanno pure una loro dignità
professionale, più che altro espressa nella capacità di sviluppare trame
decorative coerenti, spesso aggiornate sugli esempi più significativi del
panorama internazionale.
Una parete dello Studio accoglie il lavoro di grandi dimensioni dal titolo
Vanga e latte. L'autore, Teofilo Patini,
nasce a Castel di Sangro nel 1840 e, dopo la laurea in
lettere e gli studi presso l'Istituto di Belle Arti di Napoli, ottiene una
borsa di studio che gli permette di soggiornare a Roma per approfondire i
classici, e in particolare i maestri del Seicento. Esordisce con lavori in
costume storico, preferendo poi la pittura di genere, per la quale
si ispira alla terra natale e alla vita dei contadini e dei proletari. Muore a
Napoli nel 1906.
Patini inizia a lavorare a Vanga e latte nel
1883 e termina la tela nella primavera successiva, in tempo per inviarla
all'Esposizione Nazionale che s'inaugura a Torino a fine aprile, dove sarà
acquistata dal Ministero dell'agricoltura per iniziativa del ministro
Bernardino Grimaldi. L'esecuzione en plein air del
dipinto è particolarmente laboriosa per il pittore, che è costretto a
interromperla durante la stagione invernale. In una lettera il Patini scriveva "pel
quadro ho dovuto combattere col freddo e coi modelli, i quali non hanno saputo
reggere all'aria aperta pel tempo necessario a modellare le parti. Se vi sarà
la proroga sino al 10 aprile, potrò, in qualunque stato si trovi, spedire il
quadro a Torino".
Patini presenta la tela in coppia con L'erede, il primo dei dipinti della "trilogia
sociale" che si completerà nel 1886 con Bestie da soma. Le tre tele sono
ispirate al mondo contadino: la prima, L'erede, racconta
la morte di un uomo che lascia la moglie in lacrime e il figlio neonato, erede
di una condizione di vita che non si distacca di molto dalla mera
sopravvivenza; un nucleo familiare è protagonista anche della seconda, Vanga e latte, salutato alla sua comparsa come la
prosecuzione tematica dell'Erede; l'ultima, Bestie da soma, rappresenta delle donne
che scendono dai monti cariche di legna da ardere.
La famiglia di Vanga e latte è formata dalle
figure essenziali, padre, madre e figlio, ritratte in aperta campagna: l'uomo è
intento a vangare il terreno mentre la donna, interrotto momentaneamente il
lavoro, si siede in terra e allatta il figlio neonato. In terra giacciono gli oggetti che compongono il quadro e descrivono la vita della famiglia: la culla e l'ombrello
posto a ripararla, il basto, la piccola botte, il concio rosso e, sulla destra,
la giacca, il cappello e il piatto di polenta con le due posate di legno. Il
cielo, visto dal basso, sembra poggiare pesantemente sulla terra, e questa
visione permette di dare all'uomo una grandezza statuaria, priva di ogni retorica monumentale. La donna, descritta con tenerezza nelle vesti logore,
nell'oro all'orecchio che ne rischiara i tratti, nei gesti forti ma delicati, è
una "Madonna del latte", la cui forza sta nell'accettazione di un'esistenza di stenti e fatiche. Il bimbo succhia
avidamente, con un'energia vitale che è il
presupposto necessario delle lotte che dovrà combattere. La tela è impostata secondo una precisa prospettiva: le due linee
prospettiche partono rispettivamente dalle gambe della donna e dal gomito
dell'uomo per incontrarsi sulla vanga piantata nel terreno. La prospettiva nel
dipinto è presente anche nella rappresentazione degli oggetti in primo piano,
che degrada lentamente verso le zolle che increspano il terreno e la costa
montana segnata dalle prime nevi. La metà della tela è riservata al cielo che
illumina la scena, lasciando presupporre la luce del primo mattino. Patini dà volume alle figure
attraverso il colore, che assorbe in sé la luce e che ha fatto parlare,
per Vanga e latte, di "caravaggismo all'aria aperta" (Ferdinando
Bologna). La pennellata è ampia, con lievi
chiaroscuri, come nelle gambe del bimbo, e punti in cui il colore si rapprende e diventa materico, come nelle stoppie in primo piano. Con
quest'opera Patini fornisce un'interpretazione rigidamente
oggettiva della realtà, che assume il valore di
una storia "minore" fatta dagli umili attraverso le loro piccole, ma grandi
azioni quotidiane. Vanga e latte riscosse
subito un grande successo, sia per la grandiosità e la semplicità
delle linee, sia per il soggetto, che sollevò
accese discussioni. Il tema venne interpretato da subito come
una presa di posizione a proposito della questione agraria, che
a vent'anni dall'Unità d'Italia si aggravava sempre di più. In realtà in Vanga e latte la polemica cede il passo alla contemplazione pensosa della fatica primaria dell'uomo, il
lavoro della terra, visto con un'ottica quasi distaccata, che rimanda al
verismo di Giovanni Verga.